Il punto sulla Rete unica (ma sembra un galleggiante ancorato a TIM) | Web Agency Brescia
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Il punto sulla Rete unica (ma sembra un galleggiante ancorato a TIM)

Il punto sulla Rete unica (ma sembra un galleggiante ancorato a TIM)

Il punto sulla Rete unica (ma sembra un galleggiante ancorato a TIM)


Il dibattito sulla Rete unica prosegue come una telenovela sudamericana più che un’avvincente serie TV firmata dallo sceneggiatore Aaron Sorkin – quello di West Wing e The Newsroom, per intendersi. Ogni giorno si aggiunge un nuovo capitolo, personaggi, potenziali spinoff, indiscrezioni, etc. L’unica certezza è che il tema sembra sempre meno tecnico, e più politico e finanziario. Qualcuno potrebbe sostenere che la priorità non è cablare in fibra le zone in digital divide, ma ristabilire un nuovo equilibrio nel mercato delle telecomunicazioni con il collaterale dello sviluppo.

Com’è risaputo le parti in campo sono Telecom Italia, fondi di investimento e banche, Cassa Depositi e Prestiti (CDP), Enel e il convitato di pietra Open Fiber (50% Enel, 50% CDP). Il Governo è idealmente a favore di una rete unica indipendente. “La rete unica sarà una infrastruttura aperta e inclusiva: vogliamo che tutti partecipino a un progetto che voglio si realizzi in tre-quattro anni. Nel Recovery plan italiano è importantissimo perseguire l’obiettivo concreto della banda ultralarga al più presto. Tim è quotata ma ha trovato convincente il progetto del governo“, ha dichiarato sabato scorso il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

SI CHIAMA FIBERCOP, MA C’ TANTO RAME


Il punto sulla Rete unica (ma sembra un galleggiante ancorato a TIM)

Diplomaticamente l’AD di TIM Luigi Gubitosi, sempre sabato scorso, ha sottolineato: “Non vogliamo mantenere il controllo, auspico avremo la maggioranza perché apporteremo la parte più grande di rete ma il controllo sarà condiviso, accettiamo essere in minoranza in consiglio“. Il riferimento era al progetto AccessCo, ovvero la futura ipotetica rete unica composta dalle infrastrutture di Fibercop e Open Fiber. Fibercop non è altro che il contenitore che a partire dal primo trimestre 2021 avrà in pancia la rete secondaria di TIM (dagli armadi agli appartamenti) e quella in fibra di Flash Fiber; TIM ne deterrà il 58%, KKR Infrastructure il 37,5%, Fastweb il 4,5%. Il suo obiettivo è quello di completare i piani di copertura in fibra nelle aree nere e grigie, con un’ipotetica copertura FTTH del 76% dell’unità immobiliari entro il 2025.

La sintesi più cruda è che Fibercop ha da offrire capillarità territoriale, cavidotti e per lo più rete in rame; quella in fibra è proporzionalmente minima. Come abbiamo già accennato in passato TIM detiene infatti solo il 12,6% del mercato FTTH. Open Fiber invece ha un’intera rete FTTH in costante crescita, ma Enel per ora mantiene un profilo basso. “Italia è il fanalino di coda nell’utilizzo di internet. A noi interessa cablare, tutto il resto no“, ha dichiarato l’AD Francesco Starace durante il recente Forum Ambrosetti di Cernobbio. E poco è cambiato nel tempo su questo fronte. Enel non è mai uscita dal solco e la stessa Open Fiber, che si è confrontata più volte con TIM, ha sempre accennato a sinergie e possibili accordi commerciali.

Già, perché al netto di tutto l’affascinante dibattito sulla Rete unica semplici accordi fra telco avrebbero potuto contribuire allo sviluppo della copertura e alla riduzione dei costi di implementazione. La realtà è che questo ad alcuni attori non basta.

ACCESSCO, LA SOCIET DELLA RETE UNICA


Il punto sulla Rete unica (ma sembra un galleggiante ancorato a TIM)

Il 30 agosto TIM e CDP hanno approvato un memorandum di intesa per creare la società per la Rete unica AccessCo. La palla ora è agli advisor che dovranno stabilire i valori delle attività che verranno conferite alla stessa. “Abbiamo tracciato il percorso che, dopo l’approvazione da parte delle autorità di regolazione e di vigilanza, potrà consentirci di creare una Rete TLC di ultima generazione necessaria per la competitività del Paese e cruciale per il rilancio dell’economia“, ha dichiarato l’AD di CDP Fabrizio Palermo. In teoria dunque mancherebbe l’accordo con Enel per consentire a CDP di avere la maggioranza e quindi avviare la vendita del restante 50% di Open Fiber – ipoteticamente a un Fondo.

AccessCo sarà poi detenuta almeno al 50,1% da TIM. “Il progetto prevede che la società della Rete unica sia controllata congiuntamente da parte di Cdp Equity e Tim, sia aperta al co-investimento di altri operatori e caratterizzata dall’assenza di legami di integrazione verticale rispetto ai servizi di accesso alla Rete“, ha sottolineato CDP. Dopo la fusione tra FiberCop e Open Fiber, CDP dovrebbe quindi aumentare la sua partecipazione in AccessCo per ristabilire gli equilibri di forza.

IL NODO ANTITRUST

La creazione di una Rete unica, considerando ovviamente le esigenze di TIM e le altre variabili conosciute dell’equazione, ha nell’Antitrust probabilmente il più grande ostacolo. Perché se da una parte quella italiana si è già espressa chiaramente sul tema con una relazione (S3904, 8 luglio 2020) inviata a Governo e Parlamento, non è chiaro cosa ci si aspetti dalla ancora più rigida europea. Si parla sempre di operatori all’ingrosso non verticalmente integrati, eppure il progetto italiano sembra voler vestire i panni di eccezione. Senza contare la bizzarria di un regime di monopolio, prima progressivamente scardinato e poi nuovamente ripristinato.

Diversi osservatori sostengono che il tema del controllo di TIM potrebbe essere risolto fondamentalmente in due modi. Separando strutturalmente e totalmente la rete di TIM dai servizi, oppure assicurando il totale controllo della nuova entità a Cassa Depositi e Prestiti limitando la partecipazione di TIM sotto al 30%. In entrambi i casi però l’ex-monopolista di fatto non trarrebbe grandi vantaggi e a medio termine potrebbe subire effetti collaterali negativi sulla sua capacità di azione.

OLTRE LA LEGGE GASPARRI

L’ultimo tema non può che riguardare il recente caso Mediaset. TIM ha sempre sostenuto che al tavolo della Rete unica possono potenzialmente sedersi tutti, ma appena è spuntato il nome di Mediaset, Gubitosi ha dichiarato: “Mentre mi è evidente l’interesse di un operatore di TLC a partecipare, non mi è evidente quello di un fruitore di contenuti come può essere Mediaset“.

Il motivo si deve all’ultima sentenza della Corte di giustizia europea che ha riconosciuto l’illegittimità dei paletti della legge Gasparri sugli incroci delle partecipazioni delle società, e quindi accolto il ricorso di Vivendi. A quest’ultima è sempre stato impedito di acquisire una quota più alta in Mediaset, rispetto all’attuale del 10%, poiché possiede il 23,9% di TIM.

La Corte ha sottolineato che il diritto UE, in relazione ai servizi di comunicazione elettronica,

stabilisce una chiara distinzione tra la produzione di contenuti e la loro trasmissione. Pertanto, le imprese operanti nel settore delle comunicazioni elettroniche, che esercitano un controllo sulla trasmissione dei contenuti, non esercitano necessariamente un controllo sulla produzione di tali contenuti. Ebbene, la disposizione in questione non fa riferimento ai collegamenti tra la produzione e la trasmissione dei contenuti e non è neppure formulata in modo da applicarsi specificamente in relazione a tali collegamenti.

Insomma, un tana libera tutti che però ha colto in contropiede TIM. “Abbiamo sempre pensato alla partecipazione di TLC, Fastweb e Tiscali hanno fatto degli accordi. Netflix e Disney, ad esempio, usano la nostra rete ma non necessariamente sono azionisti della società. Non credo quindi che (Mediaset) toccherà il progetto, almeno in tempi brevi“, ha sottolineato Gubitosi.

Ma Conte, alla domanda su una Rete unica con Mediaset, sempre sabato ha detto: “Perché no…?“. “La sentenza della Corte Europea ce la leggiamo con attenzione. Ragionevolmente ci imporrà un intervento sulla legge Gasparri, vedremo“.

Credits immagine d’apertura: Pixabay

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