Oggi i pieghevoli, domani - chiss - gli ologrammi | Un caff con Motorola | Web Agency Brescia
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Oggi i pieghevoli, domani – chiss – gli ologrammi | Un caff con Motorola

Oggi i pieghevoli, domani - chiss - gli ologrammi | Un caff con Motorola

Oggi i pieghevoli, domani – chiss – gli ologrammi | Un caff con Motorola


Diciotto anni in Samsung, di cui tre come Presidente della filiale italiana, poi il salto in Motorola alla guida delle operation europee. Carlo Barlocco, Executive Director Motorola Europe Expansion, è la persona più indicata per spiegarci a che punto è il processo di rinascita del marchio americano, oggi di proprietà di Lenovo.

Lo abbiamo incontrato all’interno del nuovo Lenovo Store per caffè e farci raccontare cosa bolle in pentola nel futuro di questo brand.

La prima domanda è d’obbligo: come si rilancia un marchio che, come Motorola, ha avuto un grandissimo passato ma anche anni incerti?

Stiamo provando a posizionare il marchio, che significa posizionarlo fra la gente. È la gente a decidere la qualità del prodotto e del servizio che proponi. È la gente che dà un valore al tuo prodotto e che decide quanto è disposta a spendere. Con Motorola – soprattutto in Europa – siamo in questa fase, direi quasi di startup. Il marchio è ancora molto noto fra gli ultratrentenni ma quasi sconosciuto fra i giovani. Per questo abbiamo voluto posizionarlo da subito in una gamma molto ampia e profonda che va dai 129 euro fino ai 600 euro per i telefoni tradizionali. In più abbiamo voluto richiamare l’iconicità del marchio con il lancio del primo Razr 4G e adesso con il Razr 5G, un prodotto che si posiziona davvero nella stratosfera del mercato e che per me – che qualche telefono l’ho visto – ha un design più bello, più innovativo, più accattivante, grazie anche a uno schermo esterno che permette di lavorare e di accedere alle applicazioni anche da chiuso. È un passo forte. C’è sempre un’impennata nelle vendite quando cambia il form factor. Pensiamo a cos’è successo quando siamo passati dal tubo catodico al Tv ultrapiatto, dai telefoni coi tasti al touch screen. Queste cose portano la gente a cambiare, anche senza una necessità impellente.

Oggi i pieghevoli, domani - chiss - gli ologrammi | Un caff con Motorola

Motorola è una delle aziende che cambiato più volte pelle nel corso del tempo. Negli anni 70 e 80 è stata pioniera delle chiamate senza fili, negli anni 90 ci ha fatto capire che la tecnologia mobile poteva essere tascabile, negli anni 2000 ha compreso prima degli altri l’importanza dello smartphone come oggetto personale. In cosa Motorola è ancora l’azienda di qualche tempo fa e in cosa è profondamente diversa?

Direi che è rimasta coerente nella capacità di creare e innovare. Motorola ha una storia che è fatta di capacità di ricerca e sviluppo, cura nel design, attenzione ai particolari: questi aspetti ci sono tuttora. La novità risiede nel contributo di Lenovo, un gruppo con un fatturato importante e che ha un’assoluta capacità di sviluppo, innovazione, sinergia, ecosistema, qualcosa che permette agli smartphone di Motorola di inserirsi in una linea di mobility unica che comprende notebook, tablet e appunto smartphone. Il limite di Motorola in passato è stato quello di non aver saputo interpretare il cambiamento che era in atto dalla telefonia tradizionale agli smartphone e di andare in mani che non avevano intenzione di sviluppare l’hardware in sé ma di concentrarsi più sul software, sui contenuti, su i brevetti. Parlo ovviamente di Google, che eppure oggi è il nostro partner indiscusso e che ci permette di avere un prodotto con servizi unici.

Parliamo dei pieghevoli. Nel mondo della tecnologia c’è chi li definisce un’innovazione bella ma poco utile e chi ne parla come il futuro. Pensa che ciò che vediamo oggi sia qualcosa di già maturo o un semplice antipasto di qualcosa di più grande e anche profondamente diverso da questo?

Dipende da cosa intendiamo col termine maturo. Spesso, con un eufemismo, definiamo maturo ciò che è vecchio, in disuso. Ecco, sotto questo aspetto, il pieghevole è tutt’altro che maturo, è un bambino appena nato e che, come tutte le nuove creature, può avere dei limiti. Sono però dei limiti che si risolveranno in brevissimo tempo. Basta guardare ai nostri prodotti, ma anche a quelli della concorrenza: fra il Razr 4G e il Razr 5G c’è un abisso, in termini di processore, durata della batteria e soprattutto qualità e usabilità dello schermo. Ciò è reso possibile grazie anche alla collaborazione con Google che, con Android 10, ci ha dato un sistema operativo che include tutta una serie di funzioni utilizzabili dall’esterno. Significa maggiore praticità ma anche più autonomia: i telefoni pieghevoli hanno batterie con capacità ridotte rispetto ai telefoni tradizionali, devono necessariamente consumare meno. Potendo lavorare a smartphone chiuso agisco proprio a questo livello. Perché, è evidente, se eseguo il 40/50% delle mie attività – rispondere a una chiamata a un messaggino o a un whatsapp senza bisogno di aprire il telefono – avrò senz’altro una riduzione dei consumi. Comunque la si veda, si tratta di un’opzione in più per il consumatore. Se fossi un produttore non lancerei solo telefoni pieghevoli, significherebbe essere ciechi e non vedere le esigenze delle persone. Che sono varie e diversificate. Per i giovani, i giovanissimi e tutti coloro che magari non hanno problemi di spazio, che stanno tanto in casa e sempre connessi al WiFi, servono grandi schermi, batterie superpotenti, dunque telefoni tradizionali con benefici diversi dalla maneggevolezza. Per chi invece si muove o vuole un telefono più aspirazionale, più stylish, da mostrare in giro, ecco invece che il pieghevole diventa un’opzione interessante.

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Veniamo al 5G. A noi sembra una di quelle tecnologie che – forse anche per colpa di noi giornalisti – è stata raccontata presto, forse troppo presto. Il rischio, in questi casi, è creare uno scollamento fra l’innovazione reale e quella percepita. Quanto tempo dovremo attendere prima che quella che viene definita “la rivoluzione del 5G” sia effettiva, consistente e soprattutto quali saranno le applicazioni che ci faranno pensare al passato (4G) come alla preistoria?

Concordo e penso sia un effetto della globalizzazione. Abbiamo parlato di 5G da subito perché ci sono aree nel mondo – pensiamo alla Cina, alla Corea e all’Asia in genere – dove il 5G è arrivato molto prima che da noi. Non dimentichiamoci poi che anche i prodotti sono globali: il 5G è entrato nei piani dei principali produttori di elettronica, per questo tutti hanno sentito la necessità di parlarne. Ma come diceva una vecchio slogan, bisogna provare per credere. Ecco, credo che il consumatore capirà il beneficio del 5G solo quando lo proverà. Perché possiamo parlare di latenza, di banda, di facilità d’uso, ma la verità è che in una città con una buona copertura 4G la gente comunica, gioca, chatta, va nei social in modo più che soddisfacente. Il 5G sarà qualcosa di più innovativo: ci offrirà applicazioni mai viste, nel b2b come nel consumer, entrerà nelle case e diventerà un’alternativa alla fibra in alcune aree con copertura ottimale. Siamo consci del ritardo nello sviluppo, della bagarre politica che permane fra produttori e fornitori di infrastrutture, dell’aggravante di questa emergenza sanitaria, ma dobbiamo parlarne, dobbiamo farlo provare alle persone. Per questo motivo abbiamo inserito questa tecnologia ovunque, un po’ come fosse una commodity. Non vogliamo creare lo stesso modello – come fa qualcuno – in due versioni, una 4G e una 5G. Vogliamo che la gente lo veda come qualcosa compreso nel prezzo. Al limite deciderà di disabilitarlo a seconda che si trovi in un posto piuttosto che in un altro.

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Martin Cooper, l’ingegnere di Motorola che nel 1973 effettuò la prima chiamata con un telefono cellulare, qualche tempo fa ci disse che non sapeva che forma avrebbe avuto il telefono del futuro ma che era certo che sarebbe stato un oggetto con un impatto sempre più elevato nella nostra vita, non solo nella comunicazione, ma anche nel commercio, nell’istruzione, nella sanità. Una visione che visti i tempi che stiamo vivendo non poteva essere più lungimirante…

Nella mia esperienza ormai ventennale in questo settore ho visto un’evoluzione incessante nell’utilizzo di questo dispositivo, del telefono prima e dello smartphone poi. All’inizio ci limitavamo a portarlo vicino all’orecchio, poi abbiamo iniziato a mandare foto e scrivere messaggi di testo, a comunicare senza tastiera e a inviarci i video. Lo smartphone segue il consumatore nella sua esigenza quotidiana, che significa lavoro, scuola, formazione e anche sanità. Ho seguito il mio primo progetto di telemedicina già 10 anni fa con l’ospedale di Garbagnate, l’obiettivo era quello di curare a distanza le persone che non erano ospedalizzate, dare ai medici il dato del paziente in tempo reale sullo smartphone o sul tablet cosicché potesse decidere cosa fare. Adesso c’è il tema della scuola digitale, certo servono degli investimenti importanti e non solo in Italia. Mi chiedo ad esempio come mai nessuno abbia ancora pensato di mettere una semplice telecamera nelle aule per permettere agli scolari che restano a casa di vedere cosa succede in classe. Il problema – lo sappiamo bene – è che il privato è spesso molto più avanti del pubblico. Si fa un gran parlare di progetti 2.0, 4.0, 8.0, ma spesso ci dimentichiamo del valore del sistema Paese e del sistema Europa. E del fatto che l’imprenditore privato è spesso più veloce a comprendere la necessità reale delle persone, mettendo a disposizione la sua tecnologia. Questa tecnologia spesso coincide con lo smartphone, un oggetto che ci permette di fare qualsiasi cosa e che oggi possiamo considerare come la nostra terza mano.

Dunque quale sarà la prossima evoluzione?

Bisogna chiederlo agli ingegneri! Qualcuno dice gli ologrammi, che in fin dei conti sono già disponibili. Io posso solo dirvi che il primo schermo pieghevole montato su una mola l’ho visto 12 anni fa. Bisogna dare all’industria il tempo necessario per applicare l’innovazione, testarla, renderla funzionale e fruibile ma soprattutto fare in modo che l’esperienza sia buona. Il rischio, altrimenti, è quello di lanciare una tecnologia troppo presto e dunque di ucciderla.

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