Infratel incalza Open Fiber sulla Rete di Stato, ma sembra una manovra a tenaglia | Web Agency Brescia
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Infratel incalza Open Fiber sulla Rete di Stato, ma sembra una manovra a tenaglia

Infratel incalza Open Fiber sulla Rete di Stato, ma sembra una manovra a tenaglia

Infratel incalza Open Fiber sulla Rete di Stato, ma sembra una manovra a tenaglia


È una mossa a tenaglia quella che punta a chiudere in un angolo Open Fiber e spianare la strada al progetto di Rete Unica. Ieri sulle pagine del Fatto Quotidiano si è ventila la possibilità di una presunta revoca della concessione nelle aree bianche dove i lavori sono maggiormente in ritardo. Non solo, è stata anche citata una lettera di Infratel, recapitata recentemente a Open Fiber, che domanda di fare chiarezza sulle criticità e le tempistiche dei progetti – aleggiando lo spettro delle “azioni più opportune a tutela dell’interesse pubblico“. Verrebbe da pensare che si tratti di una tempesta perfetta per ridimensionare il valore dell’operatore wholesale e delle sue azioni, far scattare un autodafé e lasciare che la rete unica diventi l’unica soluzione possibile al problema del digital divide infrastrutturale. Non è un gioco di prestigio; i fatti ci sono, così come un abile costruzione di un racconto a senso unico.

LA LETTERA DI INFRATEL A OPEN FIBER

Possiamo confermarmi che la lettera Infratel (trapelata) è stata effettivamente consegnata ed è assolutamente legittima poiché Infrastrutture e Telecomunicazioni per l’Italia S.p.A. è una società pubblica che per conto del MISE sta seguendo il progetto Banda Ultralarga. Com’è giusto che sia, batte il tempo a Open Fiber soprattutto considerando il fatto lo sviluppo della rete di Stato è in ritardo. La scorsa primavera, durante l’incontro del Comitato del BUL, è emerso che la copertura dei 7mila comuni previsti avverrà nel 2023 invece che nel 2021 (come da piano).

Ad esempio nel 2020 sono stati consegnati 3144 progetti, ovvero 600 in meno rispetto alle previsioni e “oltre 400 in meno rispetto al target rideterminato al ribasso” a seguito della richiesta di revisione di maggio di Open Fiber stessa. “Considerati i gravi ritardi accumulati e la riscontrata insufficienza delle misure messe in campo […] esprimiamo la seria preoccupazione che finanche il termine del 31 dicembre 2023 […] possa essere disatteso“, si legge nella lettera firmata dall’AD Marco Bellezza, riportata da Il Fatto Quotidiano. Inoltre, l’alto dirigente sottolinea che Infratel “si riserva di intraprendere le azioni più opportune a tutela dell’interesse pubblico“, ma purtroppo non è chiaro il valore di questo estratto poiché decontestualizzato può andare dall’esplicita minaccia, alla prassi di questi carteggi. Tanto più che viene domandato a Open Fiber di fornire entro 30 giorni il suo nuovo piano di azione. Per quanto riguarda invece le presunte richieste di revoche pervenute al Mise non risultano i mittenti o alcuna azione ufficiale.

LA RISPOSTA DI OPEN FIBER


Infratel incalza Open Fiber sulla Rete di Stato, ma sembra una manovra a tenaglia

L’operatore wholesale ha risposto con una nota di essere “pienamente in linea con il piano di realizzazione della rete in fibra ottica formalmente condiviso con Infratel e ciò nonostante il perdurare dell’emergenza sanitaria“. Ha anche confermato “l’obiettivo del completamento “del 92% delle Unità Immobiliari del Piano BUL in 16 Regioni su 20 entro il 2022 e non nel 2023”.

Open Fiber sostiene che l’attività prevista per il 2023 è residuale rispetto alla totalità del progetto. “A conferma di ciò, si segnala che l’avanzamento dell’infrastruttura realizzata da OF negli ultimi 6 mesi è triplicato rispetto a quanto realizzato fino alla fine del 2019“, si legge nella nota. “Le semplificazioni e le misure adottate d’intesa con Infratel stanno risultando efficaci e consentono di confermare i piani operativi e il completamento delle opere nei tempi previsti. I Comuni che Open Fiber oggi ha avviato alla commercializzazione sono circa 1.400“.

E quindi dov’è il nodo? L’operatore dice che i ritardi sollevati dalla lettera Infratel “sono innanzitutto relativi al numero dei progetti esecutivi consegnati“. In tal senso è vero, si è registrato un rallentamento dovuto “alla soglia di permessi necessaria a corredo del progetto esecutivo, che è stata innalzata dal 70% al 90%“. L’azienda riconosce anche che ha influito la crisi del progettista incaricato, Italtel, che si trova “in una delicata situazione di concordato preventivo“. La conclusione è che comunque gli obiettivi verranno rispettati “in quanto il numero dei progetti esecutivi ad oggi già approvati permette a OF di proseguire il progetto secondo i tempi previsti“.

UNA CHIAVE DI LETTURA

È evidente che il progetto BUL ha accumulato ritardi, da una parte legati a responsabilità di Open Fiber, dall’altra a causa di una burocrazia rampicante, l’azione di contrasto di alcuni amministratori locali, alcune compagini politiche e l’ex monopolista. Come dimenticare infatti il piano Cassiopea di Tim nato per andare a cablare in FTTC là dove è previsto l’intervento dello Stato. Poi il suo accantonamento nel 2017 e la sanzione Antitrust correlata da 116 milioni di euro. Strategie che l’AGCM ha definito come “volte a ritardare nelle aree dove ce ne sarebbe stato più bisogno lo sviluppo della fibra nella sua forma più innovativa, ovvero l’FTTH“. Insomma azioni che “sono risultate indirizzate a preservare il suo potere di mercato nella fornitura dei servizi di accesso alla rete fissa e dei servizi di telecomunicazioni alla clientela finale“.

La soluzione che prospetta il Governo oggi quindi è quella di una rete unica per risolvere tutto, dimenticando che nella migliore delle ipotesi l’antitrust UE si esprimerà definitivamente sul progetto nel 2022. Geniale: rispondere a una questione apparentemente emergenziale buttando il problema oltre l’ostacolo senza preoccuparsi se dall’altra parte vi sia o meno un burrone. A proposito non è un burrone, ma un cratere. E dentro rischiamo di buttarci non solo i soldi di Cassa Depositi e Prestiti, che fino ad ora si sono dimostrati un ottimo investimento in Open Fiber, ma anche quelli della perizia tecnica che TIM ha affidato a una Italtel in potenziale conflitto di interessi.

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