Le nuove prospettive per Huawei senza Trump | Video | Web Agency Brescia
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Le nuove prospettive per Huawei senza Trump | Video

Le nuove prospettive per Huawei senza Trump | Video

Le nuove prospettive per Huawei senza Trump | Video


La vittoria di Joe Biden alle presidenziali USA è ormai stata certificata, entriamo dunque ufficialmente nel dopo Trump ed è quindi il momento di avviare alcune considerazioni sui cambiamenti a cui potremmo assistere nella gestione del ban a Huawei.

Cambieranno le politiche restrittive verso le aziende cinesi? Per Huawei potrebbe essere una rinascita all’insegna dei servizi Google o le prospettive rimangono nebulose? Vediamolo.

LA SITUAZIONE DI HUAWEI


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Come sappiamo Huawei è invischiata in un ban dal maggio 2019, le restrizioni si sono nel tempo inasprite rendendo la vita difficile al colosso tech cinese. Dapprima gli effetti si sono visti sul software, con gli smartphone dell’azienda che non hanno più potuto utilizzare i servizi e le app di Google, ne abbiamo parlato in più occasioni mostrando anche le soluzioni alternative, poi è arrivato il turno del divieto di utilizzo di tecnologie americane, con la prima conseguenza palesata nelle difficoltà di reperimento dei chip per smartphone.

Uno sguardo più generalizzato sul mondo Huawei ci permette di includere nelle considerazioni il grosso impatto del ban sulle tecnologie 5G che la casa vende a diversi paesi nel mondo, i quali, a macchia di leopardo, stanno facendo dietro front ripiegando su altri fornitori.

IL PIANO B


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In questo panorama poco roseo Huawei non si è lasciata abbattere e negli ultimi mesi si è mossa su più fronti per salvaguardare il proprio futuro. Lato smart devices ha portato avanti il programma di sviluppo di HarmonyOS, un sistema operativo alternativo ad Android che impiega i Huawei Mobile Services (HMS), anziché i GMS di Google, parallelamente ha concluso la costruzione della prima fabbrica di chip a Wuhan e ha recentemente impiegato il SoC Kirin 710A costruito dalla cinese SMIC in modo completamente indipendente.

Huawei sta dunque portando avanti il piano B, anche se con tempistiche prevedibilmente lunghe (sia per il sistema operativo che per la manifattura hardware) e nel mentre continua a immettere sul mercato diversi prodotti che le permettono di restare in una posizione di forza sul mercato.

Il mondo dei notebook ad esempio sembra essere uscito da un iniziale periodo buio, come infatti testimonia la recente deroga accolta dal governo USA per l’impiego di chip 4G di Qualcomm, il ban è strettamente legato alle tecnologie di rete 5G e di conseguenza non ci sarebbero motivi per sostenere un divieto sui processori e software per computer.

Non bisogna poi commettere l’errore di valutare le performance di Huawei limitandosi al mercato occidentale, il big del tech asiatico continua a vendere bene in Cina, che da sola contiene un grosso bacino di potenziali clienti.

SMARTPHONE ANDROID E GOOGLE


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Se da un lato Huawei sta investendo per trovare una propria strada indipendente da hardware e software USA, nel contempo è ben consapevole che per quanto riguarda gli smartphone è molto complicato proporre agli utenti qualcosa di diverso rispetto a ciò a cui sono abituati, ovvero Android con tutti i servizi di Google.

E’ per questo che in più occasioni ha ribadito che la collaborazione con Google rimane la prima scelta e che nel caso di un cambiamento di rotta da parte del governo americano sarebbero ben lieti di far ritornare i servizi e le app di BigG sui propri smartphone.

C’è però un’importante questione legata al tempo che scorre: è molto difficile pensare ad una Huawei che torna sui suoi passi dopo aver completato lo sviluppo del suo ecosistema di servizi e investito miliardi di Euro per convincere gli sviluppatori ad abbracciare App Gallery.

Il 2021 potrebbe essere quindi l’anno cruciale oltre il quale non si torna più indietro, se dagli USA non si apriranno spiragli Huawei verosimilmente continuerà per la propria strada, sempre ammesso che questa decisione non sia già stata presa internamente.

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Se a quel punto Google dovesse ottenere il via libera per tornare a collaborare con Huawei si prefigurerebbe uno scenario simile a quanto già avviene con Apple: gli smartphone Huawei continuerebbero ad adottare HarmonyOS, HMS e App Gallery, ma in quest’ultima potrebbero essere incluse le applicazioni di Google e i servizi necessari alle app che vi si appoggiano.

TUTTA COLPA DI TRUMP?


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Più volte a partire da maggio 2019 abbiamo scritto dei decreti presidenziali di Donald Trump che imponevano nuove restrizioni alle aziende cinesi. La figura di un presidente così polarizzante e controverso, la sua comunicazione poco istituzionalizzata e spesso irriverente ha contribuito a creare l’idea diffusa che i vari provvedimenti fossero direttamente legati a Trump, che le azioni scaturissero più dalle sue decisioni estemporanee che da dinamiche macroeconomiche e tematiche legate alla sicurezza.

La naturale conseguenza di questo ragionamento è che una volta concluso il mandato di Trump le cose sarebbero tornate alla normalità a cui eravamo abituati. Ma sarà davvero così?

Per rispondere a questa domanda bisogna prima di tutto chiedersi quali siano le reali motivazioni che hanno portato al ban USA firmato da Trump e per farlo occorre tornare all’inizio della storia, quando sono state formulate le accuse nei confronti di Huawei, prima dunque del maggio 2019 in cui è stato effettivamente firmato il decreto presidenziale.


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Huawei
29 Gen


Era gennaio 2019 quado una lunga schiera di funzionari di stato americani insieme al direttore dell’FBI Christopher A. Wray, attraverso il tribunale federale di Brooklyn (NY) nel corso di una conferenza stampa ha annunciato i capi di imputazione per Huawei e Skycom (presunta affiliata Huawei in Iran): frode bancaria e cospirazione, violazioni dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), cospirazione per violare dell’IEEPA e riciclaggio di denaro sporco.

Non si parla di sicurezza nazionale e infrastruttura di rete 5G, piuttosto di un presunto schema finanziario costruito da Huawei per fare affari in Iran per mezzo della controllata (o presunta tale) Skycom, azioni che si prefigurerebbero come illegali nell’ambito della legislazione USA. Nell’articolo raggiungibile al seguente link potete leggere più dettagliatamente ciò che è emerso ormai due anni fa e che ad oggi rimane l’unica formulazione descrittiva delle accuse verso Huawei.


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Huawei
21 Mag


E’ chiaro che le motivazioni che hanno spinto gli USA a imporre divieti contro Huawei e altre aziende cinesi vanno ben oltre la persona di Trump, che casomai ha trovato nelle misure varate un opportunità propagandistica all’interno di un contesto di guerra commerciale con la Cina.

Si è cominciato infatti a parlare di sicurezza e 5G solo in un secondo tempo e con l’evidente obiettivo di tradurre a misura di opinione pubblica un provvedimento di natura commerciale molto distante dalle vite della gente comune. D’altra parte il modus comunicativo dell’amministrazione Trump si è ripetuto più volte negli ultimi tempi, basti pensare alla vicenda TikTok poi finita in un nulla e al cosiddetto “Cinavirus”, nomignolo che il titolare della Casa Bianca ha spesso usato additando la Cina quale colpevole della pandemia in corso.

Tutta colpa di Trump dunque? No e questa per Huawei non è una buona notizia. Dietro alla figura accentratrice dell’ormai ex presidente, ci sono valutazioni del Dipartimento del Commercio (e di Sicurezza) sui cui difficilmente può e vuole tornare indietro.

COSA CAMBIERA’ CON BIDEN


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Diverse testate giornalistiche italiane e internazionali sono concordi nell’ipotizzare un cambiamento di rotta nei toni ma non nella sostanza. Joe Biden avrà certamente un mandato di rottura rispetto al precedente ma sulla grande questione cinese è improbabile che voglia imporre un dietrofront.

Gli ultimi sviluppi che coinvolgono anche Xiaomi non fanno ben sperare per quella che sarà l’evoluzione del rapporto tra Washington e Pechino, con il partito democratico di Biden che fin dai tempi di Obama aveva dimostrato di curare con una certa attenzione l’influenza americana nell’area del pacifico.

Addirittura secondo alcuni i problemi di Huawei potrebbero aggravarsi, perché come scrive Politico.eu riportando le parole di Viviane Reding, ex commissario europeo per la giustizia, è probabile che Biden porti “meno rumore e più contenuti”. In altri termini la dialettica forzata di Trump fatta di divieti e intimidazioni verso gli alleati, potrebbe lasciare spazio ad una diplomazia più attenta e inclusiva, quindi efficace.

In Europa si sono già mossi in previsione della successione al potere USA proponendo l’istituzione di un accordo bilaterale EU-U.S. su commercio e tecnologia (TTC), volto proprio a contrastare la crescente egemonia della Cina nelle reti di nuova generazione e non solo. Un primo segno tangibile di un nuovo corso nella gestione del contrasto alla Cina da parte di USA e alleati.

Lo stesso Biden a Marzo 2020 sosteneva in un lungo articolo sul “Foreign Affairs” che gli Stati Uniti devono ritornare ad avere un ruolo guida nell’affrontare la sfida alla Cina. E “Il modo più efficace per affrontare questa sfida è costruire un fronte unito di alleati e partner statunitensi”.

The United States does need to get tough with China. If China has its way, it will keep robbing the United States and American companies of their technology and intellectual property. It will also keep using subsidies to give its state-owned enterprises an unfair advantage—and a leg up on dominating the technologies and industries of the future.


The most effective way to meet that challenge is to build a united front of U.S. allies and partners to confront China’s abusive behaviors and human rights violations, even as we seek to cooperate with Beijing on issues where our interests converge, such as climate change, nonproliferation, and global health security. On its own, the United States represents about a quarter of global GDP. When we join together with fellow democracies, our strength more than doubles. China can’t afford to ignore more than half the global economy. That gives us substantial leverage to shape the rules of the road on everything from the environment to labor, trade, technology, and transparency, so they continue to reflect democratic interests and values.



Con Joe Biden probabilmente non ci saranno annunci roboanti ma è altamente improbabile che si possa tornare indietro sulla questione Huawei, che nello specifico, rappresenta agli occhi degli americani il perfetto esempio di impresa che si avvantaggia in modo ingiusto grazie ai sussidi statali nella concorrenza globale.

Nello stesso pezzo il neoeletto presidente degli Stati Uniti sottolinea che mentre “la Cina sta estendendo la sua portata globale, promuovendo il proprio modello politico e investendo nelle tecnologie del futuro, Trump ha designato le importazioni dai più stretti alleati degli Stati Uniti come minacce alla sicurezza nazionale al fine di imporre tariffe dannose e sconsiderate. Tagliando fuori gli USA dall’influenza economica dei partner. Aggiunge poi che “Trump ha messo in ginocchio la capacità del nostro (gli USA ndr) paese di affrontare la vera minaccia economica.”

Affermazioni interessanti che mostrano come la nuova amministrazione prenderà molto sul serio il contrasto al successo della Cina e delle sue imprese prima di tutto facendo fronte comune con gli alleati. Che Huawei si sia trovata al centro di equilibri di forza globali non è un mistero e probabilmente con Biden questa verità mal celata uscirà definitivamente allo scoperto permettendo agli USA di assumere una posizione ancor più netta e giustificata di fronte ad eventuali ulteriori restrizioni.

Gli Stati Uniti si sono accorti che la Cina, con Huawei in posizione di leader, aveva assunto un vantaggio importante nella corsa alle tecnologie del futuro e con grande ritardo stanno provando a recuperare terreno. D’altra parte non potrebbe essere più alta la posta in gioco: le reti 5G e il tech sono il campo di scontro su cui si misureranno gli equilibri globali negli anni a venire.

Che sia stato grazie ad una concorrenza sana o viziata dall’intervento statale Huawei si è trovata in una posizione scomoda ed è diventata l’inevitabile vittima sacrificale sulla bilancia del potere tra Cina e Stati Uniti. E’ difficile che il frullatore si possa fermare, almeno finché non ci saranno soluzioni alternative e non sarà stata ridimensionata all’interno dei confini nazionali, ma saremo eventualmente felici di essere smentiti.

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