TikTok e i social nell'occhio del ciclone: tra blocchi, SPID e nuove proposte | Video | Web Agency Brescia
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TikTok e i social nell’occhio del ciclone: tra blocchi, SPID e nuove proposte | Video

TikTok e i social nell'occhio del ciclone: tra blocchi, SPID e nuove proposte | Video

TikTok e i social nell’occhio del ciclone: tra blocchi, SPID e nuove proposte | Video


Se siete utenti italiani di TikTok, sappiate che dal 9 febbraio il vostro account sarà bloccato e sarete costretti e inserire di nuovo la vostra data di nascita per continuare a usare l’app. La misura è solo la prima di una delle tante intraprese dal social network per venire incontro alle obiezioni del Garante Privacy italiano, allo scopo di impedire l’accesso ai minori di 13 anni.

Anche se, secondo gli ultimi dati a livello mondiale, il 32% degli utenti globali ha tra i 25 e i 34 anni e il 35% ha più di 35 anni, da queste parti TikTok è noto soprattutto per la popolarità che ha tra i giovanissimi. Il social, di proprietà della cinese ByteDance, è molto usato dagli adolescenti per condividere brevi video musicali e anche challenge, ovvero sfide online.

Tuttavia, la questione potrebbe interessarvi anche se non siete utenti di TikTok, perché gli sviluppi della vicenda che ha spinto il Garante Privacy a muoversi non riguardano solo questa piattaforma: si è parlato di età minima per usare lo smartphone, di SPID per accedere ai social e di molto altro. In ultima istanza, si potrebbe dire che la faccenda investe il concetto stesso di libertà di internet, e quindi riguarda un po’ tutti.

PERCH TIKTOK


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Andiamo con ordine: il 22 gennaio, il Garante per la protezione dei dati personali italiano ha disposto il blocco immediato dell’uso dei dati degli utenti di TikTok di cui non fosse stata accertata l’età.

Le prime contestazioni a TikTok da parte dell’Autorità sono precedenti, risalgono allo scorso dicembre. Tuttavia, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la morte di una bambina di 10 anni che i giornali e la Procura di Palermo hanno legato all’utilizzo di questo social network; anche se per il momento non ci sono conferme ufficiali, la vicenda è bastata a far emettere al Garante un ordine cautelare urgente e temporaneo per scongiurare il rischio che si verificassero altri episodi simili.

Il Garante per la protezione dei dati personali è un’autorità amministrativa indipendente italiana di cui ultimamente si parla sempre più spesso. Istituita per assicurare la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali e il rispetto della dignità nel trattamento dei dati personali, si tratta di un organo collegiale composto da quattro membri eletti dal parlamento, che rimangono in carica per un mandato di 7 anni non rinnovabile. Il collegio attuale è stato eletto nel luglio 2020 ed è presieduto da Pasquale Stanzione.

La domanda quindi sorge spontanea: perché è stato il Garante Privacy a intervenire sulla questione dell’età a cui si può accedere ai social? Che cosa c’entra un fatto di cronaca con la protezione dei dati personali?

IL NODO IL TRATTAMENTO DEI DATI DEI MINORI


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Il fatto è che l’evento ha posto un accento sull’urgenza di regolamentare l’accesso ai social da parte dei minori. Come è possibile che una bambina di 10 anni avesse un profilo su un social network dove l’età minima per l’iscrizione è di 13 anni? E proprio qui entra in gioco il trattamento dei dati: secondo la disciplina italiana in materia di privacy, l’età minima per prestare il consenso al trattamento dei dati è 14 anni.

E così il Garante è intervenuto in una materia di sua competenza, dicendo di aver rilevato una apparente leggerezza nella verifica dell’età degli utenti, con divieti facilmente aggirabili; quindi ha avanzato dei dubbi sulla legittimità del trattamento dei loro dati personali, nel caso in cui fossero minori rispetto all’età prescritta.

In realtà, anche se esistono tecnologie per dedurre l’età sulla base dei dati, nessun social tra i principali finora ha verificato con assoluta certezza l’età degli utenti. E infatti è notizia ancor più recente che il Garante abbia aperto un fascicolo anche su Facebook e Instagram, perché alcuni articoli di stampa hanno riportato la notizia che la bambina deceduta avesse diversi profili aperti anche su questi due social network.

Anche in questo caso, come in quello di TikTok, Facebook non ha smesso di funzionare, ma dovrà dare riscontro al Garante entro un paio di settimane e la verifica sarà estesa anche ad altri social, in particolare riguardo alle modalità di accesso alle piattaforme da parte dei minori.

Il Garante italiano si aspetta probabilmente che le aziende aprano un dialogo e cerchino di mediare: in base a come avverrà si capirà se si è al cospetto di una svolta storica nella storia dei social network.

Effettivamente, come annunciato in apertura, TikTok ha risposto, affermando la volontà di adeguarsi: oltre al logout obbligatorio del 9 febbraio, che dopotutto potrebbe non bastare a scoraggiare chi ha già mentito una volta, il social ha fatto sapere che valuterà l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale per la verifica dell’età e lancerà una campagna informativa per sensibilizzare genitori e figli.

SMARTPHONE VIETATO SOTTO UNA CERTA ETA’ E SPID PER L’ACCESSO


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Fonte: Markus Spiske, Pexels

Ma non è finita qui: la vicenda ha portato la questione dell’accesso ai social al centro del dibattito pubblico, tanto che sono stati in molti, tra esperti e istituzioni, ad avanzare delle proposte.

Tra queste, hanno ricevuto molta eco mediatica quelle della sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa, che ha proposto di istituire un tavolo guidato dalla Presidenza del Consiglio per stabilire l’età minima necessaria per possedere e utilizzare uno smartphone: l’ha paragonato a un’automobile, per cui sono necessari una patente e un’età minima, in considerazione dell’età evolutiva dei ragazzi.

Anche la ministra dell’innovazione uscente Paola Pisano ha avanzato delle linee guida che prevedono l’utilizzo dello SPID, ovvero l’identità digitale, per consentire l’accesso ad alcune app in modo da verificare l’età degli utenti. I genitori dovrebbero abilitare i propri figli ad avere uno SPID particolare, sotto la loro gestione, e al social sarebbe fornita, dall’azienda che fornisce il servizio, solo la data di nascita dell’utente.

Anche Stefano Quintarelli, uno dei padri dello SPID, ha avanzato un’idea che coinvolge questo sistema, ma leggermente diversa da quella della ministra Pisano: il minore userebbe, per l’iscrizione al social, una password temporanea che il genitore crea con il proprio SPID, o in alternativa potrebbe inserire la carta di credito del genitore.

In questo caso il social non avrebbe controllo su questi dati, ma riceverebbe dall’intermediario (il provider Spid o la banca) solo l’informazione che la password è corretta o la carta valida; anche i maggiorenni userebbero questi sistemi, ma con i propri documenti. In questo caso però, a differenza della proposta della ministra Pisano, anche un minore di 13 anni potrebbe accedere se avesse la collaborazione del genitore, o potrebbe usare l’account di un’altra persona che si è iscritta con questo metodo.

A latere la sottosegretaria Zampa ha proposto anche di dare più poteri alla polizia postale, più divieti e sanzioni ai provider e, parallelamente, investire nella formazione dei genitori, che spesso sono troppo lontani da questi strumenti, e dei ragazzi, a cui far loro conoscere il codice penale in materia, in modo da sapere cosa si rischia a infrangere la legge in questo ambito.

ANONIMATO E RISERVATEZZA


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Il tema tocca i minori, certo, ma rimanda anche a concetti più ampi, come la libertà di internet. Se si vogliono rendere riconoscibili le persone sul web per avere una maggiore sicurezza, forse è inevitabile cedere qualcosa in termini di riservatezza e anonimato. Il discorso è simile a quanto dicevamo anche sulle app di messaggistica: dove c’è meno controllo fioriscono iniziative non sempre trasparenti, come ad esempio alcuni spregevoli gruppi Telegram.

C’è poi da considerare che l’identificazione dei soggetti potrebbe non essere un deterrente sufficiente per risolvere situazioni spiacevoli: ci sono persone che diffondono messaggi d’odio, o diffamazione, con il proprio nome e cognome direttamente su Facebook, senza farsene un problema.

Inoltre l’utilizzo di uno strumento come lo SPID per autenticarsi potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per quanto riguarda i furti di identità – perché i dati varrebbero ancora di più – e anche una miniera d’oro per i social, che dalla profilazione traggono un guadagno; certo, in Europa vige il trattamento minimo del dato, e quindi in questo caso sarebbe necessaria solo la data di nascita. Insomma, la soluzione al problema potrebbe non essere così scontata.

LA NECESSITA’ DI UN’EDUCAZIONE INFORMATICA


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Fonte: Julia M Cameron, Pexels

La questione è sfaccettata, e le proposte di intervento si sono concentrate sull’ultimo gradino di questa scala che porta i minori sui social, chiedendo soluzioni alle piattaforme stesse come TikTok, o sul penultimo, cercando di gestire l’accesso alle app tramite SPID e similari o pensando a un’età minima per possedere uno smartphone.

Posto che l’azione del Garante Privacy è meritoria per aver sollevato con autorevolezza un problema grave come quello dell’accesso dei minori ai social, un altro nodo fondamentale, a parere di chi scrive, sta a monte: e quindi non tanto negli strumenti, quanto nell’educazione (dei minori) e nella formazione (degli adulti).

Come per qualsiasi altro strumento, bisogna conoscerlo per poterlo usare con giudizio, e anche per poter insegnare ad altri a usarlo. Dunque, l’educazione è fondamentale, così come lo è spiegare perché certe cose vanno fatte o no, in modo da dare anche ai bambini la possibilità di scegliere come agire con cognizione di causa.

Questo vale per lo smartphone in senso lato e anche per i social network in senso stretto; in quest’ultimo caso, iscriversi permette di entrare in contatto potenzialmente con milioni di persone, perlopiù sconosciute: è questo il fenomeno da aver ben presente nel momento in cui si prendono decisioni in merito.

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D’altronde, se per i bambini più piccoli l’utilizzo non sorvegliato dei dispositivi tecnologici si parla di effetti sullo sviluppo cognitivo, sulle abilità sociali e sull’umore, per i più grandi e gli adolescenti ci sono furto d’identità, abusi sessuali, stalking digitale, truffe online e cyberbullismo.

A questo proposito, oltre che una sensibilizzazione sul tema basata sul dialogo, c’è anche la possibilità di agire direttamente sullo smartphone, attivando il parental control, cioè lo strumento che permette ai genitori di vigilare sull’utilizzo delle tecnologie da parte dei figli. È un sistema che può essere applicato su qualsiasi dispositivo, dai sistemi operativi più comuni come Windows, MacOS e Linux, fino alle consolle di gioco come Nintendo e Wii e ai motori di ricerca come Google.

Per quanto riguarda gli smartphone, sia Android che iOS ne hanno una versione nativa, che si attiva dalle impostazioni e permette di tenere d’occhio il tempo di utilizzo, impostare limiti secondo necessità e aggiungere filtri riguardanti app e contenuti. Altrimenti, ci sono anche app da scaricare dagli store. In ogni caso, il parental control può avere maglie più o meno stringenti, ma bisogna fare attenzione a non sfociare in un cyber-stalking da parte del genitore, che lederebbe il diritto alla riservatezza del minore.

Dunque, informarsi per armarsi: l’educazione alla vita online non dovrebbe più essere un optional. E voi, che cosa ne pensate?

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