Consiglio di Stato: Facebook non gratuito, si paga con i propri dati personali | Web Agency Brescia
12059
post-template-default,single,single-post,postid-12059,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_grid_1300,footer_responsive_adv,qode-content-sidebar-responsive,qode-theme-ver-13.3,qode-theme-bridge,disabled_footer_bottom,wpb-js-composer js-comp-ver-6.2.0,vc_responsive

Consiglio di Stato: Facebook non gratuito, si paga con i propri dati personali

Consiglio di Stato: Facebook non gratuito, si paga con i propri dati personali

Consiglio di Stato: Facebook non gratuito, si paga con i propri dati personali


Il Consiglio di Stato si è espresso: Facebook ha ingannato i propri utenti, tacciando come servizio gratuito ciò che invece è uno scambio basato sul commercio dei dati personali degli utenti a scopo pubblicitario.

La sentenza risale a un paio di giorni fa, e risponde – bocciandolo – al ricorso presso il TAR del Lazio che Facebook Ireland aveva presentato contro una sanzione erogata dall’Antitrust nel 2018 proprio per lo stesso motivo.

Al termine dell’indagine avviata ad aprile 2018, l’Antitrust aveva rilevato due pratiche commerciali scorrette da parte di Facebook:

  • da un lato una pratica ingannevole nei confronti degli utenti, “non informandoli adeguatamente e immediatamente, in fase di attivazione dell’account, dell’attività di raccolta, con intento commerciale, dei dati da loro forniti e, più in generale, delle finalità remunerative che sottendono la fornitura del servizio di social network, enfatizzandone la sola gratuità“;
  • dall’altro una pratica aggressiva, perché “esercita un indebito condizionamento nei confronti dei consumatori registrati, i quali subiscono, senza espresso e preventivo consenso, la trasmissione dei propri dati da Facebook a siti web/app di terzi, e viceversa, per finalità commerciali“.

Il TAR del Lazio aveva accolto parzialmente il ricorso presentato da Facebook con riferimento alla pratica aggressiva, ma aveva invece confermato la pratica ingannevole. Quindi, la sanzione era stata ridotta da 10 a 5 milioni di euro, e Facebook aveva successivamente eliminato la frase “Iscriviti. È gratis e lo sarà per sempre”, senza tuttavia indicare in maniera chiara l’uso commerciale dei dati.

Per questo motivo, l’Antitrust aveva comminato una nuova multa da 7 milioni di euro lo scorso febbraio. Dal canto suo, Facebook ha presentato ricorso al Consiglio di Stato per l’accusa di pratica ingannevole, ma i giudici hanno confermato la sentenza del TAR, e la multa da 5 milioni di euro.

Il Consiglio di Stato conferma quindi che Facebook non è gratis perché i suoi profitti derivano dalla raccolta e dall’utilizzo di dati personali. Tuttavia, la sentenza solleva anche questioni rilevanti per i diritti del singolo nell’economia digitale, dal web ai social, fino alla sanità e alle aziende che ricorrono all’intelligenza artificiale. Come ha sottolineato Guido Scorza, componente dell’Autorità Garante Privacy:

La sentenza apre la porta a molte questioni rilevanti, per esempio: un contratto, come in questo caso per l’uso di un social ma gli esempi su internet sono numerosi, vedi Google e altri servizi, può essere basato sul commercio di dati personali? E chi è competente a garantire misure sufficienti a tutela degli utenti, in questo commercio? Il Garante Privacy o l’Antitrust?

Negli ultimi tempi, il clima è molto cambiato per quanto riguarda dati e diritti connessi. È interessante infatti notare che, nel ricorso rigettato dal Consiglio di Stato, Facebook abbia incentrato la propria difesa sull’importanza dei dati personali, sostenendo che – siccome sono diritti fondamentali della persona – sarebbero un bene al di sopra del commercio e quindi non possono essere ridotti a un mero interesse economico, e quindi non si potrebbe applicare la disciplina Antitrust in materia di pratiche commerciali scorrette.

Il Consiglio non ha però aderito a questa tesi, perché significherebbe negare l’evidenza, cioè che questi dati vengono in effetti raccolti e trattati a scopi commerciali e di profitto. Secondo Scorza, la sentenza apre alla necessità di una collaborazione tra diverse autorità – come Antitrust e Garante Privacy – allo scopo di proteggere questo diritto fondamentale; una tesi proposta recentemente anche dall’ex Garante Privacy Franco Pizzetti.

No Comments

Post A Comment